Abbazia di Santa Maria delle Macchie

Posizione

San Ginesio

Dell’abbazia benedettina di Santa Maria delle Macchie non si conosce la data certa di fondazione. Secondo alcuni storici locali è da collocarsi tra l’VIII e il IX secolo, ma in base ad acquisizioni più recenti sembra invece essere successiva all’anno Mille. A partire dai primi decenni del XVI secolo fu sottoposta ad amministrazione commendataria e nel 1848 i monaci la abbandonarono definitivamente. La struttura architettonica del complesso abbaziale subì radicali trasformazioni in seguito alla ristrutturazione voluta dal Cardinale Giovanni Battista Pallotta nel 1658, che determinò il quasi totale rifacimento della chiesa. Quest’ultima presenta un impianto a navata unica e una forte sopraelevazione sulla cripta del presbiterio che rimandano ad un’impostazione planimetrica tipicamente medievale. Di particolare interesse artistico è la cripta, risalente al XII secolo, che conserva i caratteri originari della costruzione primitiva. La presenza massiccia di materiale di risulta di epoca romana, evidente nei capitelli di tipo ionico e nelle colonnine a fusto marmoreo che circondano l'altare, conferisce grande preziosità e sacralità all'ambiente.

APPROFONDIMENTO STORICO

Inserita nel piccolo abitato di Macchie, dove la valle del fiume Fiastrella si restringe, a pochi chilometri dall'abitato di San Ginesio, l'antica S. Maria Macularum - che conserva intatta la cripta romanica e frammenti romani recuperati dalla vicina colonia di Urbs Salvia - apparteneva ad un'abbazia benedettina, il cui anno di fondazione non è documentato. Alcuni storici locali sostengono che esso sia ascrivibile tra l'VIII e il IX secolo, a causa dell'ampio uso di materiale romano di risulta nella cripta; mentre, da acquisizioni più recenti, pare posticiparsi a dopo il Mille. La più antica attestazione dell'abbazia, una pergamena dell'archivio della cattedrale di San Severino Marche che ne documenta l'esistenza nel 1171, secondo recenti studi non si riferirebbe in realtà all'edificio in questione bensì ad un altro dalla medesima titolazione sito a Gagliole. Più attendibili risultano i documenti del XIII secolo, che ci informano dell'interferenza delle autorità ginesine sull'elezione degli abati, fenomeno che proseguirà nei secoli successivi, e di altri aspetti più squisitamente economici relativi alla concessione in enfiteusi delle terre abbaziali a coloni. Nei primi decenni del XVI secolo l'abbazia fu data in commenda e nel 1848 risulta definitivamente abbandonata dai monaci. Nel 1658, il cardinale commendatario Giovanni Battista Pallotta promosse per esigenze abitative il restauro dell'intero complesso, che determinò il quasi totale rifacimento della chiesa e un'integrale ristrutturazione dell'abbazia. Attualmente è pertanto la cripta ben conservata ad esprimere i valori stilistici propri dell'architettura romanica. La facciata della chiesa, risalente al XVII secolo, fu sopraelevata e conclusa da un timpano curvilineo, mentre l'originario rosone che vi si apriva, di cui appaiono deboli tracce, fu tamponato e al suo posto furono praticate quattro finestre rettangolari. Un'attenta lettura del prospetto evidenzia, tuttavia, l'originaria ghiera in cotto del portale ed alcuni frammenti marmorei a fregi e volute, ivi inseriti, che manifestano la loro derivazione romana. L'impianto a navata unica della chiesa, coperta con volte a padiglione, e la forte sopraelevazione sulla cripta del presbiterio, a cui sono state addossate nel XVII secolo due ampie cappelle, rimandano ad un'impostazione planimetrica medievale. Maggiore interesse artistico riveste la cripta, risalente al XII secolo. L'ambiente, di vaste dimensioni, risulta diviso in sette piccole navate coperte da volte a crociera con sesto leggermente rialzato, impostate su colonnine in laterizio sormontate da capitelli poggianti su collarino, dall'identica forma a tronco di cono con smussature angolari, privi di decorazione eccetto due che presentano motivi decorativi vegetali e animali. La presenza massiccia di materiale di risulta di epoca romana, evidente nei capitelli di tipo ionico e nelle colonnine a fusto marmoreo che circondano l'altare, conferisce grande preziosità e sacralità all'ambiente creandovi una sorta di "recinto sacro", come nell'eremo di Sant’Angelo in Prefolio (Serravalle del Chienti), ove trova utilizzazione come colonna una pietra miliare, posta in antichità lungo la strada consolare Flaminia, recante un'iscrizione in lode dell'imperatore Costanzo II (337-361 d. C.), fatta incidere dal governatore Pisidio Romolo. La particolarità del reperto è infine accentuata dall'interessante capitello montatovi a rovescio identificato come un oomphalos, decorato con un motivo a rilievo raffigurante due sfingi affrontate poggianti su un thymiaterion e una coppia di buoi ai lati.