Abbazie

Le abbazie romaniche benedettine presenti in provincia di Macerata sono sedici e costituiscono una parte rilevante del nostro patrimonio storico-artistico-architettonico. La Fondazione Carima ha voluto dedicare a questi edifici sacri una sezione tematica del portale di promozione turistica TUMA, che propone un affascinante percorso attraverso il territorio maceratese alla loro scoperta. I siti abbaziali presentati sono pregevoli esempi dello stile romanico che ancora oggi si mostrano agli occhi del visitatore nel pieno dello splendore di un tempo, spesso peraltro incorniciati in luoghi di grande suggestione paesaggistica. Alcune abbazie purtroppo, a causa del cattivo stato di conservazione in cui versano che le rende inagibili, sono chiuse al pubblico, ma meritano comunque di essere citate per l’importanza che hanno avuto in passato e per ciò che rappresentano tutt’ora come testimonianze storiche. Si tratta dell’abbazia di Santa Maria De Rotis situata in località Braccano di Matelica e di tre abbazie del comprensorio sanseverinate, che sono Sant’Eustachio in Domora in località Grotte di Sant’Eustachio, San Mariano in Valle Fabiana in località Colleluce e Santa Maria in Valfucina in località Elcito.

APPROFONDIMENTO STORICO

L'itinerario abbaziale consente ai viaggiatori attenti ai valori storico-artistici di riscoprire lo stile romanico dell'architettura della provincia di Macerata, che è il primo grande stile europeo pur nella molteplicità delle esperienze e delle tecniche, e la peculiarità anche paesaggistica del nostro territorio caratterizzato da sedici abbazie benedettine ubicate lungo le valli del Chienti, del Potenza e ai piedi dei Monti Sibillini e ascritte al patrimonio monumentale delle Marche. La loro presenza nei pressi o sullo stesso sito di antiche città romane - un caso esemplare costituisce l'abbazia cistercense di Chiaravalle di Fiastra al centro della Riserva naturale - ha segnato a partire dall'XI secolo la storia e lo sviluppo del territorio sotto l'aspetto non solo culturale ma anche economico con la promozione di imponenti opere di bonifica e rimessa a coltivo dei terreni. Ai caratteri planimetrici oltre che decorativi (con particolare riferimento agli schemi decorativi delle superfici esterne) comuni quali l'impianto basilicale a tre navate absidate, con o senza transetto non aggettante, caratterizzato da presbiterio rialzato - del tutto separato mediante un muro trasversale dal resto della chiesa quello di S. Urbano di Apiro - e sottostante cripta si affiancano le soluzioni originali di S. Maria a Pié di Chienti di Montecosaro con il deambulatorio absidale lungo il quale si aprono tre cappelle radiali di derivazione francese e di S. Claudio al Chienti di Corridonia con l'impianto a due chiese sovrapposte, mutuato dal modello palatino di ambito germanico, collegate da due splendidi torri scalarie cilindriche in facciata di derivazione ravennate. Una tipologia particolare nel quadro delle chiese a tre navate è rappresentata anche da S. Maria in Insula di Cessapalombo, di cui resta la cripta romanica quasi integra, che aveva - unico caso nelle Marche - quattro torri cilindriche angolari, quelle posteriori di pietra spugna di epoca tardoromana; mentre quelle anteriori di pietra rosata coeve alla costruzione romanica del XII secolo e di analoga influenza ravennate. E' noto che nel Medioevo marchigiano l'architettura predomini sulle altre arti, quella religiosa su quella civile e militare e, quindi, prevalga sulla pittura stessa, intesa essenzialmente nella sua funzione didascalica di biblia pauperum, ed, inoltre, sulla scultura che viene relegata quasi esclusivamente alla sua funzione di supporto nei portali, alla suppellettile sacra e ai rari cibori. Risulta rara, specificatamente nel territorio provinciale, anche la produzione di oggetti di culto risalenti all'epoca che precede il XIII secolo (Madonne col Bambino, Crocifissi) e quasi del tutto limitata alla scultura lignea diffusa lungo la dorsale appenninica da Visso a Camerino, da Matelica a Cingoli, dove maggiore era la disponibilità della materia prima. Tuttavia, nell'ambito dell'architettura abbaziale l'apparato decorativo delle cripte di S. Maria di Rambona di Pollenza, di S. Maria delle Macchie di San Ginesio e di S. Maria in Valfucina di San Severino Marche se, da un lato, dimostra l'ampia diffusione della pratica del riuso di materiali tardoromani e altomedievali, dall'altro documenta l'originalità del vasto repertorio iconografico soprattutto dei capitelli figurati dei sostegni. Non stupisce, pertanto, che le abbazie siano state in passato e tuttora siano custodi di manufatti di elevato interesse artistico prodotti in epoca precedente quali il sarcofago di San Catervo e Settimia (IV sec.) nell'omonima basilica tolentinate e il dittico eburneo di Rambona (XI-X sec.) conservato nel Museo Sacro della Biblioteca Vaticana.

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